Sant’Ilarione di Gazza

 

Tra storia e leggenda

 

Nonostante il fiorire di leggende sulla figura di sant’Ilarione, a cominciare da quella che lo vede fratello di san Bruno ed intento a gareggiare sulle sponde dell’Allaro con quest’ultimo in fatto d’ascetismo, sappiamo poco della sua vita.

Disponiamo soltanto di due fonti al riguardo: la Vita Hilarionis di san Girolamo e l’Historia ecclesiastica di Sozomeno. Girolamo cita inoltre una lettera di Epifanio, vescovo di Salamina (isola di Cipro), ma quest’ultima non c’è pervenuta. Gli studiosi hanno dimostrato che le notizie tramandate da Sozomeno dipendono quasi interamente da Girolamo, tranne che per un elemento di carattere autobiografico: il nonno dello stesso Sozomeno si era convertito al cristianesimo in seguito ad un miracolo di Ilarione. Questi aveva liberato dal demonio un conoscente del nonno, di nome Alafione.

Il documento più importante è dunque lo scritto di Girolamo. Su questo concentreremo ora la nostra attenzione.

 

La vita

Il nostro santo è nato verso il 291 a Tabatha, nelle vicinanze di Gaza, da genitori pagani. Ancora ragazzo è mandato a studiare ad Alessandria d’Egitto. Lì sente parlare di Antonio, il fondatore del monachesimo eremitico egiziano, lo incontra e rimane con lui un paio di mesi. Tornato in patria, i suoi genitori essendo morti, vende tutti i suoi beni e si stabilisce nel deserto, a sette miglia da Maiuma, il mercato di Gazza. Stando a quanto ci narra Girolamo, Ilarione ha allora quindici anni.

Nel deserto, Ilarione conduce una vita estremamente sobria. Mangia pochissimo, non dorme mai due notti di seguito nello stesso luogo perché la regione è infestata da briganti, e lavora per sovvenire ai suoi pochi bisogni. Secondo Girolamo, avrebbe compiuto il suo primo miracolo, la guarigione di una donna sterile, dopo ventidue anni di una tale vita, ossia a trentasette anni. La fama che gli viene col tempo e con i miracoli che moltiplica gli è di peso, cosicché decide di fuggire in Egitto. Ha allora sessantatre anni. Visita i luoghi dove Antonio trascorse i suoi ultimi anni e si stabilisce nelle vicinanze. Però, in Egitto, Ilarione non trova la tranquillità sospirata e riprende il suo viaggio. Approda in Sicilia dove riesce a nascondersi per un po’ di tempo, cioè fino a quando un indemoniato non lo scopre et viene da lui guarito. Con il suo discepolo Esichio, che da poco l’ha ritrovato, Ilarione riprende la sua peregrinazione e arriva in Dalmazia. Ad Epidauro (la moderna Dubrovnik) ferma un maremoto (peraltro databile del 366). Quest’altro miracolo lo fa riconoscere, cosicché le folle cominciano di nuovo ad accorrere presso di lui. Ilarione ed Esichio fuggono da lì e si rifugiano nell’Isola di Cipro. È su quest’isola, in un luogo appartato, che all’età di ottant’anni muore Ilarione. Dieci mesi dopo, Esichio riesce a trafugare la salma e la riporta a Maiuma, nel suo vecchio monastero.

Sono attendibili tutti questi spostamenti? Difficile affermarlo ed altrettanto difficile negarlo. Un particolare sembra strano: Girolamo era dalmata. Quando avvenne il maremoto che colpì la sua terra natia, egli aveva circa vent’anni, ora Girolamo non ha mai sentito parlare d’Ilarione prima di andare ad abitare in Terra Santa.

La figura d’Ilarione è dunque storica, ma non si può affermare lo stesso di molti particolari della Vita Hilarionis. Come scrive Christine Morhmann, «si ha l’impressione che Girolamo abbia esagerato l’importanza del suo eroe. Se Ilarione fosse veramente il patriarca del monachesimo palestinese e il grande taumaturgo “internazionale” che la Vita ci mostra, la sua fama si sarebbe diffusa in cerchie più larghe». In queste condizioni, come spiegare l’enfasi di Girolamo a proposito d’Ilarione? Ecco l’ipotesi avanzata da uno studioso francese, P. de Labriolle: «Durante il viaggio in oriente, Girolamo arriva nel sud della Palestina. Lì raccoglie le tradizioni locali, già amplificate dalla leggenda, su un santo personaggio vissuto una trentina di anni prima… Si innamora del suo eroe, si stupisce di averlo ignorato fino a quel momento, e che tutti lo ignorino. Vuole ad ogni costo richiamare l’attenzione su un esempio così perfetto di virtù monastiche e metterlo alla pari con i vari Paolo, Antonio, Giuliano e Macario; a questo scopo scrive la Vita Hilarionis, dove, su uno sfondo storico, ornata di una quantità di tratti più o meno leggendari e di tutti gli artifici della retorica, si stacca la fisionomia dell’anacoreta».

Prima di affrontare la spinosa questione dei miracoli attribuiti ad Ilarione, un ultimo punto va chiarito: nel libro di Girolamo non vi è traccia di un passaggio d’Ilarione in Calabria. Nonostante le molte leggende che lo vedono penitente sulle sponde dell’Allaro, Ilarione non vi ha mai vissuto né tanto meno fondato il romitorio che porta il suo nome.

 

I miracoli d’Ilarione

 La Vita Hilarionis è formata di trentatré piccoli capitoli. Dal settimo al quattordicesimo Girolamo sospende la narrazione cronologica per presentare ai suoi lettori una serie di dieci miracoli senza indicazioni temporali. Riprende il filo della storia col capitolo quindici. I vari spostamenti d’Ilarione forniscono altrettante occasioni per compiere prodigi.

I miracoli attribuiti ad Ilarione possono essere distribuiti in due categorie. Alcuni appartengono al vecchio fondo folclorico che attraversa molte civiltà; altri, più numerosi, sono riconducibili a modelli evangelici.

Il primo dei miracoli – il dono di un figlio ad una donna sterile – è situato da Girolamo in una cornice chiaramente neotestamentaria: l’espressione «hoc signorum eius principium», «questo inizio dei suoi segni» rimanda ovviamente al commento che Giovanni fa del miracolo compiuto da Gesù alle nozze di Cana: «Così Gesù diede inizio ai suoi segni in Cana di Galilea, manifestò la sua gloria e i suoi discepoli credettero in lui». Non a caso, Girolamo adduce a motivo del secondo miracolo d’Ilarione la «gloria del servo di Dio». Dopo aver narrato il primo miracolo di Gesù, Marco commentava: «La sua fama si diffuse subito dovunque nei dintorni della Galilea». Allo stesso modo, Girolamo ci dice che in seguito al secondo miracolo d’Ilarione – la guarigione dei tre figli di una nobildonna – «la sua fama si diffuse in lungo e in largo», al punto che «accorrevano […] delle folle dalla Siria e dall’Egitto, sì che molti credettero in Cristo e abbracciarono la vita dell’eremita». Girolamo ci presenta dunque Ilarione come un «alter Christus» che attira a se «molta folla dalla Galilea, dalla Giudea e da Gerusalemme e dall’Idumea e dalla Transgiordania e dalle parti di Tiro e Sidone». Come Cristo e al seguito di Cristo, Ilarione si costituisce una cerchia di discepoli con la quale va visitare altri discepoli che risiedono nei villaggi e le città circostanti.

Girolamo non fa d’Ilarione un idolo. La grandezza d’Ilarione risiede interamente nell’essere vero discepolo di Cristo: «Il Signore Gesù aveva in Egitto il vecchio Antonio e in Palestina aveva Ilarione, più giovane di quello».

I miracoli d’Ilarione hanno un triplice scopo: manifestare la carità di Dio, diffondere la fede in Gesù Cristo e promuovere quella particolare forma di sequela Christi che è la vita monastica. Ilarione, ci dice Girolamo, «fu il primo che istituì ed insegnò questo modo di vivere e questa ascesi in quella provincia». Molti dei miracoli d’Ilarione si concludono con la conversione del beneficato e di chi ne viene a conoscenza. Quanto alla carità che manifestano, basterà farne un elenco parziale: guarisce una donna sterile e tre giovani affetti da una grave malattia, scaccia più volte demoni, moltiplica grappoli d’uva come Cristo aveva moltiplicato i pani, guarisce un paralitico con le stesse parole di Cristo: «Alzati e cammina!». Come Cristo, Ilarione domina le potenze naturali ed ogni manifestazione del male: ferma il maremoto già ricordato e costringe dei pirati a non andare oltre il limite da lui fissato.

Come l’ho scritto sopra, alcuni dei miracoli attribuiti ad Ilarione appartengono al vecchio fondo folclorico. Alcuni sono decisamente strani! Al capitolo undici, Girolamo ci narra la storia di un certo Italico, allevatore di cavalli da corsa. Ora, l’avversario di costui era un pagano che ricorreva alla magia per vincere le gare. Per contrarre la fattura, Italico asperse cavalli, carri, stalle e aurighi con l’acqua del bicchiere d’Ilarione. Ovviamente, Italico stravinse! I pagani, furenti, «chiesero che Ilarione fosse portato al supplizio in quanto fattucchiere dei cristiani». L’ingenuità del racconto ha qualcosa di toccante, eppure suscita un certo malessere. Il confine tra religiosità e magia vi appare molto fluido…

Un altro miracolo attribuito ad Ilarione rasenta il grottesco: «Anche i bruti animali venivano trascinati ogni giorno da lui in preda al furore», scrive Girolamo. Notiamo la duplice amplificazione «ogni giorno» e «in preda al furore», amplificazione tipica dell’epopea popolare. Ora, prosegue Girolamo, un giorno condussero ad Ilarione «un cammello di enorme grandezza, che aveva già schiacciato molte persone». Ci volevano trenta uomini e più per tenere la bestia! La descrizione che ne fa Girolamo è estremamente vivace: «Gli occhi erano iniettati di sangue, aveva la schiuma alla bocca, la lingua si muoveva turgida, e al di là di tutto quello che incuteva terrore risuonava un immane ruggito». Se Girolamo storiografo lascia a desiderare, Girolamo narratore è indubbiamente di grande efficacia! Ovviamente Ilarione ordina che la bestia sia lasciata libera, ne scaccia il demone e la rende mansueta come un agnello …

Tale stile epico attraversa tutto il racconto di Girolamo. I miracoli d’Ilarione sono quasi sempre eclatanti. «Dovunque fosse, non poteva restare nascosto a lungo». Scrive Ch. Morhmann: «Nel racconto del taumaturgo suo malgrado, c’è qualcosa di paradossale. Saremmo tentati di dire: se Ilarione era in cerca di solitudine, se voleva fuggire l’onore e la gloria, perché questa accondiscendenza, questo automatismo nel far miracoli? Siamo quasi sulle soglie del comico».

Tuttavia, e al di là del burlesco, dell’epico o dell’ironico che filtrano sotto la penna di Girolamo, dobbiamo riconoscere che quest’ultimo persegue un disegno teologico coerente: «Il dono di Dio è irrevocabile» ed «una città situata su un monte non può restare nascosta». Ilarione non è il «possessore» del dono di fare miracoli ma ne è il «depositario», incaricato di farlo fruttificare. La Luce che è in lui non viene da lui: è la luce della carità che non conosce limiti.